Ragazzo di città

“Altri hanno già raccontato come un’uscita con lei assomigliasse ad un’uscita con un’altezza reale. I newyorchesi erano troppo discreti per disturbarla, ma la riconoscevano, soprattutto agli eventi culturali – al balletto, al cinema, durante le conferenze. Philip Lopate nel suo Notes on Sontag racconta di come Susan si dilettasse a camminare davanti alla platea di un cinema prima che venissero abbassate le luci, non tanto alla ricerca di una faccia conosciuta quanto, a detta della dell’autore, per assicurarsi che tutti fossero coscienti della sua presenza. Va anche detto che Susan si stizziva se le persone accennavano con la stampa alla loro amicizia con lei. (…) Era un po’ come diventare amici del principe Carlo d’Inghilterra”. (…) “Susan poteva essere dolce e malinconica. Spesso in società era ‘a disagio’, non capiva mai le battute e aveva bisogno che tutto gli fosse spiegato. La sua risata era mesta e pesante. Mancava di spontaneità. Elle n’etait pas bien dans sa peau, come direbbero i francesi”.

E’ uno dei ritratti dedicati ai protagonisti della cultura newyorkese negli anni Sessanta e Settanta, sta accanto a quelli di William Burroughs, Bob Wilson, Elizabeth Bishop, Jasper Johns, Robert Mapplethorpe, e altri. Edmund White –  come ha raccontato lui stesso al Festivaletteratura di Mantova – è arrivato a New York nel 1962. In quel periodo la città ha un ruolo protagonista. Qui gli omosessuali hanno spazio, visibilità. Qui, ricorda lo scrittore, esistono addirittura ristoranti per loro. Nella New York di quegli anni, oltre al movimento di liberazione omosessuale (inaugurato dalla rivolta di Stonewall, nel 1969) nascono anche anche la protesta contro la guerra nel Vietnam, le prime manifestazioni ambientaliste, le lotte femministe. Nel suo libro Ragazzo di città che ripercorre quegli anni, si parla molto dell’American City Ballet (unica arte in cui i polemicissimi newyorkesi sono d’accordo, perché qui non si parla); lo scrittore ricorda che il suo atrio era come un salotto importante di NY.

White ha ha detto “io” così tante volte nei libri di ispirazione autobiografica, che poi – racconta – molto volentieri si è dedicato alla vita di altri scrittori: Proust – nel Ritratto di Marcel Proust  Genet e Rimbaud, tre appassiona(n)ti saggi biografici. Quanto alla cosiddetta ‘letteratura gay’, secondo Edmund White se negli anni Settanta la materia era nuova e aveva un senso quindi connotarla con questa etichetta, col passare degli anni è diventata una specie di trappola. Adesso -spiega – si è passati al periodo della post gay novel, in cui magari c’è un personaggio gay e altri no, esattamente come nel mondo reale. Lo stesso White ha appena finito di scrivere un romanzo in cui si racconta l’amicizia tra un uomo gay e un uomo eterosessuale (come quella tra Moravia e Pasolini) negli anni ’60-’90.  Se dal punto di vista politico c’è ancora bisogno di una connotazione omosessuale forte, di un movimento unito per ottenere dei diritti, per il resto – conclude Edmund White – dovremmo proprio uscire dai ghetti.
(Cristina Bolzani)

Ritratto di Marcel Proust

 ————————————

Romanziere, commediografo e critico letterario, Edmund White (Cincinnati, 1940) ha esordito nella narrativa con Forgetting Elena (1973) e ha conseguito un enorme successo di pubblico e critica con la tetralogia di ispirazione autobiografica A Boy’s Own Story (1982), The Beautiful Room Is Empty (1988), The Farewell Symphony (1989) e The Married Man (2000) in Italia tradotta con i titoli Un giovane americano, La bella stanza è vuota, La sinfonia dell’addio e L’uomo sposato. Nel 1994 ha vinto il prestigioso National Book Critics Circle Award per la sua biografia di Jean Genet, in Italia pubblicata con il titolo Ladro di stile e nel 2009 ha vinto il Premio Mondello per La doppia vita di Rimbaud.  Attualmente insegna scrittura creativa a Princeton. Playground ha pubblicato nel 2007 My Lives, nel 2008 Hotel de Dream e nel 2009 Caos. (bibliografia dal sito di Playground).

A qualcuno piace uguale

Questo piccolo saggio – lo ammette la stessa autrice, psicoanalista freudiana – non dice cose dirompenti ma di certo ha il pregio di chiarire dei concetti, di “raddrizzare i nomi alle cose”, detto alla confuciana; e dissolvere la falsa dicotomia tra il mondo gay e quello etero, con argomentazioni che affondano le loro ragioni nella psicoanalisi e anche,  forse soprattutto, nel buonsenso.

Giocando sul titolo “A qualcuno piace caldo”, il libro cerca di ‘normalizzare’ la relazione omosessuale inserendola nel più ampio, diversificato e ricco ambito delle relazioni con l’Altro. In tal modo, liberando questo tipo di rapporti dal cliché ai quali la pur fortemente legittima battaglia dei diritti civili le ha confinate, obbligandole a un racconto ‘bipolare’ e semplificato. Un racconto in cui l’idealizzazione, l’allure euforica, è  il movimento uguale e contrario alla svalutazione (e all’auto-svalutazione, come nell’omosessualità egodistonica).

Insomma, quell’essere sempre in battaglia – che il piano sociale richiede, sia per difendersi dagli attacchi omofobichi sia per portare avanti la conquista dei diritti – sul piano psicologico implica una sofferenza; ed è giusto sottolinearlo. Non solo; magari ingenera o rafforza anche la credenza che si stiano difendendo chissà quali strani rapporti. Che invece sono ‘uguali’. Continua a leggere