“Sono un maniaco”. “Perfetto”

La cosa più divertente, sconosciuta a molti, della grande mostra di Henri Cartier-Bresson all’Ara Pacis era un filmato  (sopra) in cui si vedeva il fotografo camminare tra la folla, saltellare, scattare veloce. Un modo, il suo, di avvicinarsi ai soggetti con grazia veloce, “a passi felpati”  come lui ricorda nell’intervista a Yvonne Baby . Un rapace di immagini con movenze da ballerino.

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 «A lei dispiace stare ai margini?

Per niente. Non voglio che mi riconoscano, e spesso vengo scambiato per un tedesco o un inglese. Se per caso qualcuno scopre chi sono, dice: “Questo è il Tal dei Tali” ma la foto è già stata scattata. E’ fantastico che ci siano tanti turisti con le macchine fotografiche: grazie a loro ci si confonde con la folla e si può osservare e lavorare con una certa tranquillità. Inoltre, mi sembra importante che, in un’epoca in cui spesso si tende a un individualismo ipertrofico, molte fotografie esibiscano una sensibilità comune e un aspetto quasi anonimo. Bisogna viaggiare leggeri (io ho un apparecchio da cui non mi separo mai e solo quando vado a scattare un reportage mi porto due obiettivi in più) e avvicinarsi a passi felpati: non si agita l’acqua se si vuole pescare.

Un giorno che scattavo foto a una vendita di gioielli, una signora si è rivolta a me, preoccupata: voleva sapere se ero un giornalista. Per via delle mie origini normanne, non ho risposto né sì né no, ma solo: “Sono un maniaco”. “Perfetto” ha detto la signora “continui pure”. E’ proprio così, la fotografia per me è una mania, un’ossessione, un fanatismo.»

da Henri Cartier-Bresson, Vedere è tutto – Interviste e conversazioni, Contrasto, pgg. 42-43

H. Cartier-Bresson risponde al Questionario di Proust – da Vedere è tutto, Contrasto

Berengo Gardin/Erwitt, prorogata la mostra romana. Ricordo su Vaporetto

Toscana, 1965 ©Gianni Berengo Gardin/Courtesy Fondazione Forma per la fotografia

Toscana, 1965 ©Gianni Berengo Gardin/Courtesy Fondazione Forma per la fotografia

E’ stata prorogata al 15 febbraio la mostra Gianni Berengo Gardin – Elliott Erwitt. Un’amicizia ai sali di argento all’Auditorium Parco della Musica di Roma.

vaporetto

Vaporetto (Venezia, 1960) – Gianni Berengo Gardin, Contrasto

Di questa foto di Gianni Berengo Gardin – Vaporetto, 1960 – tra le preferite di Henri Cartier-Bresson, il fotografo ha raccontato la genesi al Guardian. «Avevo  trent’anni,   abitavo al Lido di Venezia , e ogni mattina prendevo il vaporetto per andare a lavorare a San Marco. Portavo sempre la Leica con me , scattavo foto per mio piacere. Adoro Venezia in inverno – la nebbia e la pioggia. Questa è stata scattata una mattina d’inverno, quando tutti erano fuori per lavoro. E’ stata una pura fortuna , davvero.  Stavo facendo un sacco di fotografia di architettura, e questo è stato uno scatto spontaneo: ho scattato solo una foto. Al centro c’è un riflesso nella porta a vetri del vaporetto, e dietro c’è un uomo tutto vestito di nero. Se avesse indossato il bianco la foto  non avrebbe funzionato.  L’uomo che guarda la fotocamera è un marinaio. Non si oppose;  in quel periodo non c’era niente di simile alla privacy. Di tutti i libri di fotografia che ho pubblicato su Venezia, questa è l’immagine migliore. Segna il passaggio dal dilettante al professionista. (…)  Henri Cartier- Bresson incluse questa immagine nella sua lista delle cent fotografie più importanti di tutti i tempi. Per me Cartier-Bresson era un dio. Una volta ha dedicato un libro a me con affetto e ammirazione . Il dono più grande che abbia mai ricevuto».

Bambini nel tempo

Non credevo che una semplice foto potesse fare una differenza così forte, scrive su Facebook Joyce Gilos Torrefranca. Eppure è potente questa foto (condivisa migliaia di volte) con il bambino filippino che, il quaderno appoggiato a uno sgabello, con aria concentrata scrive –  fa i compiti? disegna? – alla luce di un lampione, per strada, è una foto potente. Il ritratto coraggioso di chi lotta nonostante tutto per crescere e seguire i propri sogni. Daniel, 9 anni, non si rassegna a una casa senza elettricità  e allora va a cercare la luce per strada, e la trova davanti al fast food dove la mamma chiede l’elemosina. La foto è accompagnata dalla frase Ispirata da un bambino. 

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dal profilo Facebook di Joyce Gilos Torrefranca

Aldilà delle emozioni che suscita, la foto è efficace per come descrive lo spazio abitato dal ‘piccolo eroe’. Alle spalle di Daniel si succedono piani e colori diversi che raccontano il mood desolante ma a suo modo ‘caldo’ della città. E’ uno scatto veloce, questo, ma  ci ricorda come nella storia della fotografia i bambini siano grandi protagonisti di immagini indelebili; da quello sorridente che cammina portando due bottiglie, di Cartier-Bresson, a quelli di André Kertész- Three boys reading (1915) – che leggono a piedi scalzi per strada. Teneri interpreti del loro tempo che raccontano l’assoluto dell’infanzia.