Il colore della lontananza

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Tinos

Mi conosco abbastanza. Se in un quadro i cattivi umori del pittore, le sue torbide malinconie, i suoi errori, le sue sfrenate ambizioni condensano e s’esprimono, state certi che là, in quel punto, troverete la mia ombra, l’ombra del Blu.

Ennio Flaiano, Autobiografia del Blu di Prussia

Kind of Blue

E’ il disco di jazz più venduto di sempre ed è entrato nella storia della musica come uno dei più importanti del secolo. Era il 1959, quando il sestetto di Miles Davis con John Coltrane, Bill Evans, Cannonball Adderley, Jimmy Cobb, Paul Chambers e Wynton Kelly, registrò Kind of Blue, negli studi della Columbia, a Manhattan.Attraverso una ricerca negli archivi di quella che fu una leggendaria sala di incisione, Ashley Kahn ricostruisce la storia di quelle due incredibili sedute durante le quali nacque (ufficialmente) un nuovo modo di suonare il jazz: il modale, vale a dire non più basandosi solo sugli accordi, ma costruendo le melodie, gli assolo, le improvvisazioni con scale relative ad ogni singola nota che compone l’accordo. Una tecnica già diffusa nella musica classica e in altri generi come il blues (da cui deriva tutta la famiglia del jazz), ma che era stata fino ad allora poco usata nel jazz.

Davis, musicista colto e raffinato, è stato l’uomo che ha messo insieme le diverse esperienze e sperimentazioni di musicisti che conosceva bene: Bill Evans, intimista e insicuro, e John Coltrane, dapprima teso alla ricerca di una nuova strada e poi ascetico e torrenziale, avevano già percorso i sentieri del ‘modale’, ma è stato con Kind of Blue, che tutto si è concretizzato. Lo stesso era accaduto qualche anno prima con The Birth of the Cool, che aveva fatto assegnare a Miles Davis anche la paternità del cool jazz, più che un genere musicale, un modo di essere, definito da Ashley Kahn «quel modo di guardare la realtà da dietro gli occhiali da sole, senza tenere conto delle emozioni». Era l’atmosfera del mondo del jazz nella New York di quel periodo, ricostruita nel libro anche attraverso un centinaio di foto, in parte inedite.

E grazie alla trascrizione integrale dei nastri originali, dialoghi tra i musicisti compresi: scopriamo così i dissidi sulla paternità delle composizioni (se così possono essere definite, visto che Davis arrivò in studio con poche note sulle quali i musicisti dovettero improvvisare secondo le rigide regole imposte dal ‘capo’), le impressioni e lo stupore dei protagonisti che si resero conto solo un po’ alla volta di avere creato una pagina fondamentale per la musica del 20esimo secolo e anche che per molti anni abbiamo ascoltato una parte del disco a velocità sbagliata, per un errore tecnico dello studio.
(Fabrizio Biamonte)

Intervista a Ashley Kahn
«L’album Kind of Blue può certamente essere considerato una pietra miliare, non solo per il jazz, ma per tutta la musica del 20esimo secolo, perchè ha letteralmente cambiato il modo dei musicisti di vedere la musica stessa. Ha raggiunto dei livelli di eleganza che non si erano mai visti prima nel Jazz. L’idea di improvvisare in studio, non solo gli “assolo”, ma di creare in studio tutta la composizione esisteva gia’ nella musica classica, nella world music e, naturalmente, in tutta la tradizione del jazz e nelle profonde, profondissime radici del blues, che è il cuore, l’anima di Kind of blue. Tutte queste cose si sono riunite in quell’album. Ma quello che è veramente incredibile è l’effetto che ha prodotto, la lezione di Kind of blue sul jazz “modale”, vale a dire suonare sulla stessa scala, su armonie molto semplici per…. diciamo 32 battute o qualcosa del genere. Che fu una vera rivoluzione per quell’epoca. Tutta la forza di quell’influenza si è vista chiaramente dopo dieci-quindici anni, con l’avvento della “fusion”».