Autoritratto con gatto (nero)

kertesz cat

André Kertész, Autoritratto con gatto nero (Parigi, 1925-1935)

Nell storia dell’arte occidentale i gatti sono sempre stati impiegati come simbolo di femminilità e di sensualità femminile. Basti pensare all’Olympia di Manet; si ispirò alla Venere di Urbino di Tiziano, ma mentre in questa c’è un cagnolino che dorme, ai piedi dell’Olympia c’è un gatto nero con gli occhi sgranati che si stiracchia, nascosto dallo sfondo scuro. Anche in un altro suo quadro, Femme au chatdipinge un gatto: la moglie, la pianista olandese Suzanne Leenhoff, appare con il suo Zizi.

La storia della fotografia non è da meno. Nei loro autoritratti le fotografe si sono spesso appropriate dei gatti, spingendosi fino alla metamorfosi o all’ibridazione.

Olympia_manet_cat_detail

Manet, Olympia (dettaglio)

L’autoritratto Io+Gatto (1932) di Wanda Wulz ne è un esempio, interessante sia sul piano estetico che su quello tecnico. Ottenuta dalla sovrimpressione dell’immagine del suo viso e di quella del suo gatto, presi di fronte, la sorprendente opera della fotografa formatasi a Trieste nell’atelier del padre ebbe molto successo all’esposizione futurista organizzata da Marinetti nel 1932. Segue di poco l’Autoritratto con gatto nero di Madame d’Ora, Dora Kallmus. La fotografa fissa lo spettatore e accarezza con grandi mani bianche un gatto nero con le orecchie ritte. In questo che con tutta probabilità è il suo unico autoritratto la grande signora ella fotografia della moda e della società parigina si presenta come un essere dall’erotismo misterioso.

Per trovare altri gatti nella fotografia di quel periodo, forse più ‘ingenui’ ma non meno enigmatici, basti pensare a André Kertész: ed è ancora lui, il gatto nero, protagonista.

gatto d ora

Madame d’Ora, Self-portrait with a Black Cat (1929)

Il gatto di Manet

Manet si ispirò alla Venere di Urbino di Tiziano , ma mentre in questa c’è un cagnolino che dorme, ai piedi dell’Olympia  c’è un gatto nero con gli occhi sgranati che si stiracchia, nascosto dallo sfondo scuro.

Anche in Femme au chat Manet dipinge un gatto.  E’ ritratta la moglie, la pianista olandese Suzanne Leenhoff, con il suo Zizi.

Trasgressioni d’autore

Tutto comincia con Déjeuner sur l’herbe di Manet. La giovane donna nuda che guarda con una fissità un po’ insolente verso di noi decreta la fine dell’acquiescenza alla tradizione. Violando regole formali e tabù, l’arte interroga se stessa, e cerca un effetto problematico, di dolore e sgomento, nello spettatore.«Che cosa chiedo a un dipinto?» domanda Lucian Freud. «Gli chiedo di stupire, disturbare, sedurre e convincere». Nei centocinquanta anni che seguono la Déjeuner, l’arte affina il suo potenziale trasgressivo: diventa un modo per conoscere la verità su noi stessi e sul mondo, riflette su se stessa, anche se resta pur sempre legata alla tradizione.

Anzi. Il richiamo alla stessa tradizione diventa uno dei modi-alibi con cui si cerca di proteggerla dagli attacchi indignati. Antonin Proust per difendere il lavoro dell’amico dallo scandalo dice infatti: «Donne nude pranzano con uomini abbigliati, una tale corruzione non fu tollerabile, e gli scrittori dell’epoca gridarono all’indecenza immemori del dipinto di Giorgione al Louvre, dal quale Manet dichiarò apertamente di aver tratto ispirazione».

Il genere del nudo con Manet viene stravolto, il modello diventa un soggetto significativo. Da quel momento l’arte sprigiona la sua ambiguità, la capacità di essere una cosa e il suo opposto, così come Studio di donna seduta che indossa una maschera di Thomas Eakins, esemplifica il sessimo, ritraendo la sottomissione della modella, e nello stesso tempo lo critica.

Una tendenza, quella di rappresentare e insieme prendere le distanze da ciò che si rappresenta, che è caratteristica della pop art, ma anche dell’arte moderna in generale. E ritroveremo nell’arte moderna anche quello sdoppiamento tra immagine e titolo, di cui la pipa di Magritte che “non è una pipa” è un prototipo.

Da Monet, dal demistificatore della sacralità della tradizione, formale e contenutistica, parte dunque Anthony Julius nello stimolante saggio che affronta il tema della trasgressione nell’arte. Molte sono state le opere che hanno superato i limiti. Lo hanno fatto in vari modi, ci spiega. Distorcendo le regole artistiche della tradizione, o denigrando credenze e sentimenti del pubblico, o anche sfidando le regole dello Stato.

In una suggestiva contiguità l’autore passa in rassegna opere dal diverso grado di forza e valore. Magritte, Dalì, Duchamp, Francis Bacon, Goya. Fino ai protagonisti della scena contemporanea. I fratelli Chapman, Andrés Serrano, Gilbert&George, Paul McCarty, Christo, Anselm Kiefer.

Per arrivare alle inevitabili domande sul futuro dell’arte, e sul rischio incombente che la nevrosi trasgressiva la svuoti di significato. (Cristina Bolzani)

da Trasgressioni (Bruno Mondadori, Milano 2003, 32 eur)
Tra gli aforismi sulla cultura moderna espressi in Minima Moralia (1951) di Theodor Adorno, figura l’epigramma: ‘Ogni opera d’arte è un crimine mancato’. In quest’affermazione fluttuano sia il trasgressivo che la sua negazione, il ‘crimine’ che è stato ‘mancato’. Benché sia stata formulata in riferimento all’arte in generale, forse sarebbe meglio leggerla come un’enunciazione sulle capacità e il destino dell’arte in regime di estetica trasgressiva».

Su Internet
Marcel Duchamp
Tout-fait – The Marcel Duchamp studies online journal
Pablo Picasso
René Magritte
Christo and Jeanne-Claude
Francisco Goya