Mario Giacomelli – App

Poeta, pittore. Fotografo. Manicheo negli implacabili neri e/o bianchi, nostalgico, perturbante. Nomina alcune serie ispirandosi a poeti; quella famosa dei vecchi nell’ospizio è Verrà la morte e avrà i tuoi occhi ; altre sono dedicate a Lee Masters, Montale, Leopardi, Emily Dickinson, Luzi, Borges.

Mario Giacomelli merita di essere scoperto e riscoperto nel modo intelligente, coinvolgente e istruttivo che propone l’editore Contrasto. Non con un libro, ma con un’applicazione per iPad e iPhone. In Mario Giacomelli – The Great Photographers, acquistabile si iTunes al prezzo di 9,99 euro (che inaugura la serie sui grandi fotografi, i prossimi saranno Salgado e William Klein) ci sono quasi trecento fotografie; saggi di autori sia italiani che internazionali – Caujolle, Crawford, Morello, Scianna, Mauro, Fofi, Valtorta – sull’opera di Giacomelli, accompagnate da immagini di riferimento; una biografia dell’artista scritta dal figlio Simone organizzata per decade e accompagnata dalle fotografie del periodo e documenti originali; una intervista a Giacomelli realizzata dal grande fotografo Frank Horvat negli anni 80; dieci video in cui l’artista commenta le proprie opere, e di vari autori che lo ricordano – Gianni Berengo Gardin, Tullio Pericoli, Achille Bonito Oliva, Enzo Carli, Alessandra Mauro; cinque lezioni speciali dedicate ad altrettante fotografie, analizzate anche con micro-filmati che zoomano su certi dettagli.

L’abbinamento fotografia-tablet è molto azzeccato. Questa applicazione – di facile sfoglio, che condensa a un livello qualitativamente alto diversi contenuti, lo dimostra. Aspettiamo le prossime. (Cristina Bolzani)

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(Scanno)

dal saggio di Roberta Valtorta

Diverso da tutti, ostinatamente indigeno della sua stessa fotografia, Giacomelli può definirsi un primitivo. Egli entra nel corpo delle persone come dei luoghi così come dei pensieri e delle paure, della profondità in cui memoria e oblio si confondono, e al tempo stesso della tecnica fotografica, nella quale penetra così fortemente e violentemente da riportarla a uno stato di originaria, quasi rustica grezzezza dominata da un sostanziale manicheismo che vede l’esistenza del solo bianco e del solo nero. I due colori opposti in Giacomelli producono un effetto greve di funerale, di se stesso o del mondo (che è poi il paesaggio contadino nel quale la natura viene sottoposta alla cultura attraverso il lavoro e lo sfruttamento) con le sue forme, le sue fatiche e le sue consunzioni, oppure generano la meraviglia e il bagliore discontinuo di un aldilà misterioso, lontano ma anche terreno ed estremamente presente e radicato nelle cose: il suo sentimento del mondo-paesaggio può dirsi infatti panteistico, e l’immagine ha un fondo arcaico, radicale e sovrastorico.

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dall’intervista a Mario Giacomelli di Frank Horvat

Mario Giacomelli: Se dovessi scegliere tra le cose fatte, salvarne una, salverei l’ospizio. Non per l’ospizio in sé, dell’ospizio non me ne frega niente. Quello che mi importa è l’età, il tempo. Tra me e il tempo c’è una discussione sempre aperta, una lotta continua. L’ospizio me ne dà una dimensione più esatta. Prima di fotografare io dipingevo, si potrebbe pensare che dipingere non abbia niente a che fare con il tempo, ma anche allora era il tempo che contava. Ogni sera iniziavo un quadro, e mi imponevo di terminarlo quella notte, anche se non andavo a dormire. Per finire il quadro con quella stessa tensione. Perché il giorno dopo sarei stato un’altra persona, non avrei più sentito le stesse cose.