Lettera di una sconosciuta

image“Permettimi, amore mio, di raccontarti tutto, tutto dal principio; ti prego, non stancarti di dovermi ascoltare per un quarto d’ora, di ascoltare chi per una vita intera non si è mai stancata di amarti”.

In un lungo triste monologo in forma epistolare  una donna scrive il suo amore assoluto per “il famoso romanziere R.” , che riceve la lettera nel giorno del suo quarantunesimo compleanno. “Ieri il mio bambino è morto”, comincia. E poi: “Adesso al mondo mi sei rimasto solo tu, tu che di me non sai nulla”.

Lo scrittore viennese leggendo parole già di per sé drammatiche scopre che la sua autrice è già morta; e che proprio la morte le permette questa confessione. La scrittura elegiaca di questa operina compie il prodigio di farla vivere ancora, anzi di farla vivere per la prima volta nella mente di chi lei ha amato.

Lei gli racconta di averlo visto per la prima volta da bambina, sua vicina di casa, e di come quell’immagine abbia fatto germinare un amore durato quindici anni, “con la dedizione di una schiava, di un cane”. Un amore che declina al parossismo la capacità di forgiare un Altro, e oscilla tra fantasia di annullamento nell’Altro –  amore “disperato, umile, sottomesso, attento e appassionato” –  e lo struggente desiderio di essere ‘riconosciuta’. Pur senza rivelargli chi è e il suo desiderio. Aspettando una specie di miracolo.

Ma il ‘riconoscimento’ non avviene. Passano gli anni, loro due si rivedono, quando lei è adolescente e donna. Hanno qualche notte d’amore, ma R. non la riconosce. Del resto il volto di una donna, scrive lei con improvviso e lucido disincanto, è per un uomo “solo lo specchio di una passione, di un gesto infantile, di un moto di stanchezza, e svanisce altrettanto facilmente di un’immmagine allo specchio”.

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