Come sarebbe stato scialbo essere felici! Yourcenar davanti a una foto

In questa pagina Remo Ceserani racconta un aspetto del profondo rapporto che Marguerite Yourcenar aveva con la fotografia. Si intrecciano la ricerca storica, l’invenzione letteraria attorno a personaggi del suo passato evocati dall’immagine, e la nostalgia per un mondo le cui molte sfumature appartengono in qualche modo al suo passato. «Il tenero e convinto attaccamento della Yourcenar alla figura del padre (al quale rinvieranno parecchie fotografie anche nel terzo volume di memorie Quoi? L’éternité) dà lo spunto alla pagina che dà il giudizio più apertamente positivo della testimonianza fotografica, che viene valutata come più veritiera di molti luoghi comuni della nostra memoria storiografica. La si legge in Archives du Nord:

archivePosseggo soltanto due  [fotografie] di quegli anni  [gli anni degli amori giovanili del padre con Berthe e Gabrielle]. Esse servono da antidoto a quel tanto di piccante e di grossolano che hanno le eleganze della Belle Époque e che traspare fastidiosamente nelle donne dei primi romanzi di Colette e nelle fanciulle artificiose di Proust, nel romanticismo studiato della principessa di Guermantes e nella freddezza beffarda di sua cugina Oriane. Quell’uomo e quelle due donne così lanciati in una società frivola si si lasciarono certo investire dall’aria dell’epoca, ma le fotografie non ne conservano traccia. Non ho il ritratto di Gabrielle: il suo fascino e la sua allegria si sono dispersi. Ho invece l’immagine di Berthe verso i trent’anni: nell’abito accollato che aderisce al corpo come una scorza levigata, questa donna slanciata e diritta come un fuso ricorda più le regine dei portali di chiesa che le maliarde del 1890; la bella mano ferma è la stessa che tiene così bene le redini; i capelli increspati secondo la moda del tempo incorniciano un volto i cui occhi scuri guardano dritto davanti a sé, o forse non guardano ma sognano; la bocca morbida come una rosa non accenna a sorridere. Un’altra fotografia ci sorprende, quella che porta sul yourcenarretro la scritta Michel a trentasette anni. Quel personaggio molto giovane d’aspetto non dà l’impressione di vigore e di vivacità che daranno i suoi ritratti di uomo maturo; è ancora allo stadio della debolezza, quella stessa che in tanti esseri giovani precede e prepara incomprensibilmente la forza. Non è neppure il ritratto del gaudente assiduo nei luoghi di moda. Gli occhi sono sognanti; la mano dalle lunghe dita ornate da un anello con stemma lascia pendere una sigaretta e pare anch’essa sognare. Una malinconia, un’insicurezza inspiegabili emanano da quel viso e da quel corpo. E’ il ritratto di un Saint-Loup nell’epoca in cui è ancora preso da Rachel, o di Monsieur d’Amercoeur
(da L’occhio della Medusa. Fotografia e letteratura)

Brassaï, il proustiano che amava Parigi

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Veduta notturna su Parigi da Notre-Dame, 1933-1934 © Estate Brassaï

La passione che  ha unito lo scrittore, scultore, giornalista, oltre che fotografo, Brassaï, a Parigi – fatta di passeggiate notturne di amicizie surrealiste e di brume e di bagliori diurni nelle geometrie – è raccontata nella mostra Brassaï, pour l’amour de Paris al Palazzo Ducale di Genova, con 260 immagini e una proiezione.

Dalle prostitute ai lavoratori della notte alle Halles, dall’alto della torre di Notre Dame, agli archi del ponte sulla Senna, alla pavimentazione dei Jardins des Tuileries disegnata dall’ombra dei cancelli, Brassaï trasforma il rigore classico dell’architettura in scene particolari e fissa l’insolita bellezza di ombre, luci e nebbie. Le sue immagini notturne di Parigi, poi, hanno un’aura magica. Brassaï riesce a stupire anche Picasso, che nel 1932 gli affida il compito di fotografare la sua opera, fino ad allora sconosciuta, e che  doveva essere pubblicata nel primo numero di una nuova rivista d’arte, Le Minotaure. I due artisti scoprono fascinazioni affini. Un esempio della Parigi ‘alla Brassaï’ è il ritratto  en abyme, raccontata da Rosalind Kraussbrassai

brassai2Dal Quartiere Latino fino ad Auteuil, Brassaï documenta così le vita reale di questi spazi, catturando lo spirito di ogni quartiere di Parigi. La sua curiosità si estende alla letteratura, tanto che scrive un saggio sul ruolo della fotografia nell’opera di Proust e nella cultura del suo tempo, Proust in the Power of Photography. Brassaï sentiva un’affinità verso lo scrittore, tanto che scrisse: «Nella sua battaglia contro il tempo – nemico della nostra esistenza precaria, sempre all’offensiva anche se mai apertamente così – era nella fotografia – nata anche dal desiderio secolare di fermare il momento, di strapparlo dal flusso della durata, e fissarlo per sempre in una parvenza di eternità – che Proust trovava il suo migliore alleato».

Stile (e gastronomia)

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Un biglietto marcelliano (datato 1909), all’attenzione della sua cuoca: Vorrei che il mio stile fosse brillante, chiaro e solido come il vostro gelato, che le mie idee fossero saporite come le vostre carote, e anche nutrienti e fresche come la vostra carne.

(J-P e R. Enthoven, Dictionnaire amoureux de Marcel Proust, Plon/Grasset)

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Manet, Une botte d’asperges