Brassaï en abyme

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da Rosalind Krauss, Teoria e storia della fotografia, Bruno Mondadori

«Questa operazione porta il nome di messa en abyme e consiste nel mettere all’interno di una rappresentazione un’altra rappresentazione che raddoppia la prima. Brassaï ha chiaramente messo in opera questa tecnica in una fotografia molto famosa, che rappresenta una serie di coppie sedute ai due lati di un tavolo, in un caffè di Montmartre. In questa immagine la situazione che esiste nello spazio ‘reale’ è raddoppiata da un suo riflesso nello spazio virtuale dello specchio situato all’interno del campo fotografico. Mettendo il soggetto della fotografia en abyme, l’immagine riflessa nello specchio mette anche, evidentemente, la rappresentazione fotografica stessa en abyme in quanto rappresentazione interiorizzata del proprio processo di fabbricazione. La messa en abyme mostra che le fotografie stesse sono immagini virtuali che non fanno che rinviare l’immagine del mondo del reale. Siamo così costretti a riconoscere che la ‘virtualità’ dei personaggi riflessi non è né più né meno grande di quella dei personaggi ‘reali’ che vediamo nell’immagine fotografica. Attraverso questo schiacciamento deliberato dei livelli di ‘realtà’, Brassaï istituisce la superficie della fotografia come un campo di rappresentazione capace di rappresentare il proprio procedimento di rappresentazione.

kraussMa non è solo per marcare le condizioni specifiche del discorso fotografico che Brassaï fa questo, perché la duplicazione della situazione ‘reale’ prodotta dallo specchio registra allo stesso tempo un’altra duplicazione: i quattro personaggi da un  lato del tavolo hanno come doppi – per il genere, il gesto e il portamento – i quattro personaggi che stanno loro di fronte. La giustapposizione stabilita dal campo della fotografia e dal suo funzionamento en abyme porta a vedere queste coppie simmetriche come rappresentazioni l’una dell’altra».

(da Rosalind Krauss, Teoria e storia della fotografia, Bruno Mondadori, pag.152)

Appointment with Sigmund Freud

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E’ noto lo stile autobiografico dell’artista concettuale e fotografa Sophie Calle, che l’ha fatta apprezzare nel 2007 con  Prenez soin de vous. Il suo lavoro Appointment with Sigmund Freud – di cui parliamo in occasione del giorno di nascita dello psicoanalista, il 6 maggio 1856 – precede di due anni la famosa performance alla Biennale di Venezia che l’ha fatta conoscere. Anche qui la storia dell’artista

 

 

 

ha una funzione importante.  Sollecitata a realizzare una esibizione dal titolo Appointment al numero 20 di Maresfield Gardens a Londra, dove Sigmund Freud visse gli ultimi anni, la Calle si inventa un intreccio tra la sua vita e quella di Freud. Assembla dei propri testi e oggetti personali con oggetti della collezione personale di Freud, creando un racconto della sua infanzia e delle sue relazioni adulte che ha come sfondo l’ambiente nel quale si è storicamente cominciato a decifrare e teorizzare tutto questo. ‘Prove’ della sua esistenza, esperienze, traumi, sono così disseminate, ‘proiettate’ tra le icone della storia della psicoanalisi, come per esempio il famoso divano. Il libro mostra le varie fotografie della installazione accanto a delle annotazioni che le descrivono. img-thingDunque l’appuntamento diventa un incontro con il fantasma di Freud, un divertissement immaginario, a suo modo anche un tantino narcisistico e kitsch, ma affascinante. Perché anche qui Sophie Calle esercita l’arte di colmare i vuoti dell’assenza; in questo caso quella di Freud, in   Prenez soin de vous quella dell’amato, nell’opera dedicata ai ciechi Aveugles l’assenza di immagini. Per lei – che peraltro ha filmato la madre  mentre moriva – “l’arte è una terapia contro l’assenza”.

Così racconta quell’esperienza. «Nel 2006 mia madre stava molto male. Avevo paura che morisse in mia assenza, perdendo qualche parola importante. Ho deciso di mettere una telecamera accanto al suo capezzale. Poi, quando è morta, ero insieme a lei. Tutte quelle riprese non avevano più senso, mi suscitavano emozioni violente. Con il tempo, riguardando le immagini, mi sono accorta che la cosa più incredibile è non aver visto la morte arrivare. Ci sono undici minuti in cui mia madre non c´è già più e io non me accorgo. Sono partita da questo video per costruire una mostra più ampia, in cui ho aggiunto testi, fotografie, estratti dal suo diario e il viaggio che ho fatto al Polo Nord per seppellirla simbolicamente. Mia madre mi ha trasmesso la curiosità, la voglia di mettersi in scena, di raccontare storie. Ha scritto da sola il suo epitaffio: Je m´ennuie déjà, sono già annoiata». (qui l’intera intervista)

Prenez soin de vous 

Aveugles

Voir la mer

In The Studio: Sophie Calle, artist

Calle secondo Rosalind Krauss