Tamara de Lempicka

«Quel che colpisce nei suoi dipinti, quelli rimessi in circolazione, è la cerebrale, immediata corposità dei soogetti raffigurati, ovvero un’acrobatica sintesi di logos e di eros, di gelo e di fuoco che induce a confronti eccelsi con Ingres…» Così Giancarlo Marmori presentò il volume dell’editore Franco Maria Ricci stregato dalla pittrice, tanto da pubblicare, nel 1977, un libro dedicato a lei. Oggi una mostra a Milano ci fa incontrare con i suoi scultorei quadri.

Tamara de Lempicka dà evidenza infatti ai volumi, e del viso nota soltanto alcuni dettagli, il viso e le mani. Gli occhi, soprattutto. In tutta la mostra si ripetono quegli sguardi, stralunati, languidi, freddi, spesso rivolti verso l’alto, come quelli di una madonna del Pontormo, come quelli di lei stessa nelle foto scattate alla maniera di Greta Garbo. Sono quadri ai nostri occhi ancora modernissimi: per il taglio, per la sobrietà glamour dei soggetti, per i pochi e smaglianti colori. Figure che mettono in contrasto, con la loro posa evocativa del sacro, una natura profana che così ne è messa in risalto, sottolinea Marmori, come in un «esercizio ateo di élite. Le cose sacre, asseriva Oscar Wilde, sono le sole che valga la pena di profanare».

Nel suo immaginario pittorico ricorrono spesso i nudi femminili, ma reinterpretati in una chiave originalmente espressiva. Nudi che «a differenza delle molte beautés stilizzate di quel tempo, figurano sovente incalzati sino alla capitolazione del ritegno e quali oggetti di commedie e drammaturgie del pudore (…) I criteri selettivi delle anatomie risultano essere per la Lempicka la floridezza e la salubrità, abbinate ad abulia intellettuale. (…) In contrapposto a questo serraglio di adorabili sprovvedute, s’impone la serie delle dinamiche, alcune ambigue, altre spavalde». Attraverso di loro l’artista icona dell’Art Déco racconta un certo mondo stravagante degli anni Venti e Trenta, per cui ci si trova davanti una «sorta di cartellonistica haute bourgeoise e, a sprazzi, aristocratica, fra le due guerre, a una figurazione non indifferente ai suggerimenti della pubblicità per squisitezze e vanità dell’epoca».

Anche la sua vita come l’arte mantiene un tono di irrequietezza. Dopo aver sposato Tadeus Lempicki a San Pietroburgo, con il quale ha la figlia Kizette, in seguito si unisce in matrimonio con il barone ungherese Raoul Kuffner. Segue una sequenza di altri ammiratori, come Vittorio Foschini, incantato dalle sue mani e dal loro «lento gesticolare»; mani che sembrava che «accarezzassero sempre».

Ma la perla biografica ha per protagonista D’Annunzio. Nel 1927 andò a trovarlo al Vittoriale per farne un ritratto (mai eseguito); nei dieci giorni di soggiorno l’allora ventottenne artista fu piuttosto impegnata a respingere la corte assidua del Vate, letteralmente incantato dalla «donna d’oro». D’Annunzio usò tutte le sue arti per sedurla, arrivando al punto di visitarla nella sua stanza dopo averle scritto un biglietto tassativo: «Vogliate o non vogliate, sarò questa notte da voi». Fu inesorabilmente respinto. «Vecchio nano in uniforme», lo apostrofò lei. E poi fuggì con il primo treno. Cristina Bolzani

Note: La grande retrospettiva di Tamara de Lempicka (Varsavia 1898 – Cuernavaca 1980) allestita a Palazzo Reale è visibile dal 5 ottobre 2006 al 14 gennaio 2007. La mostra ha un particolare significato, perché proprio a Milano, nella galleria del conte Emanuele Castelbarco, Bottega di Poesia, che era situata in via Montenapoleone 14, avvenne la prima mostra personale di Tamara de Lempicka, nel 1925. La mostra milanese, a cura di Gioia Mori, ripercorre la carriera della cosmopolita polacca che visse in Russia, a Parigi, in Italia, negli Stati Uniti, in Messico.

Su Internet: Tamara de Lempicka – la mostra