Monk/Murakami

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murakamiUno dei miei jazzisti preferiti di tutti i tempi  è Thelonious Monk. Una volta qualcuno gli chiese come fosse riuscito a ottenere un certo suono speciale dal pianoforte. Monk indicò la tastiera e disse: “Non può essere una nuova nota. Quando si guarda la tastiera, tutte le note ci sono già. Ma ogni singola nota può suonare in modi diversi. Devi scegliere la nota che  davvero vuoi! ” Ricordo spesso queste parole quando scrivo, e penso tra me e me, “E ‘vero. Non ci sono parole nuove. Il nostro compito è quello di dare nuovi significati e connotazioni particolari alle parole assolutamente normali. “Trovo il pensiero rassicurante. Ciò significa che vaste distese sconosciute si trovano ancora davanti a noi, territori fertili che aspettano solo  noi per coltivarli. (H. Murakami, The New York Times)

jazzHaruki Murakami, Ritratti in jazz, Einaudi

T. Monk Bombs in Paris in 1954, Then Makes a Triumphant return in 1969

Monk e la baronessa

Thelonious Monk e la baronessa Pannonica de Koenigswarter. Un’amicizia che ci ha regalato un perfetto gioiello di pianismo monkiano – brevi semplici frasi, leggermente diverse l’una dall’altra – il brano Pannonica, e che è raccontata nella  biografia  Nica’s Dream. (qui ne parla il TLS)

Rampolla di un Rothschild, il suo nome era quello di una falena; niente di più azzeccato per la futura animatrice delle notti newyorkesi con il generoso sostegno a molti jazzisti (come Charlie Parker che, malato, riparò a casa sua e morì tre giorni dopo, accendendo la morbosità dei giornali: ““Bop King Dies in Heiress’s Flat”). Pannonica era un’eccentrica comme il faut. A diciotto anni guidava auto veloci, a ventuno il suo aereo personale. Sposata a un altro barone, francese, con la seconda guerra mondiale lascia Parigi e alterna periodi in varie parti del mondo, dall’Africa a Mexico City. Finchè un giorno, di passaggio a New York, ascolta un pianista jazz che esegue  Round Midnight  di Thelonious Monk’s. E questo cambia la sua vita.

A Monk  Pannonica fece un grande regalo. Nel 1957 fu grazie a lei che rinacque dopo una pausa di sei anni a causa di un affare di droga: rientrò in possesso della cabaret card e accettò un ingaggio nel piccolo locale Five Spot nel Greenwich Village. Per diversi mesi Monk suonò lì con il suo quartetto  – del quale faceva parte un John Coltrane sempre più al centro dell’attenzione del mondo jazzistico – e per molti fu l’occasione di farsi conoscere dal vivo. In quegli anni New York era il cuore del  jazz e dell’arte.

Un contesto ideale per far fiorire e apprezzare lo stile monkiano, “in quelle sue costruzioni sonore dalle prospettive sghembe, eppure miracolosamente equilibrate, in quella sua musica buia in cui le dissonanze balenano e deflagrano come fuochi d’artificio”,  scrive Arrigo Polillo nella sua storia del jazz.  “Incontrando l’uomo, ascoltando la sua musica, vien fatto di pensare a una sorta di Henri Rousseau del jazz”. Perché le dissonanze di Monk – “un uomo senza speranze e senza sorrisi” – dopotutto “sono ‘estranee’, assurde, offensive, infantili – e incantevoli! – come i leoni e le verdissime piante tropicali che campeggiano nelle tele del Doganiere, e forse significano le stesse cose”.

 

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