Chi sei? Che vuoi da me?

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©Vivian Maier – New York, 26 gennaio 1955

«Ma i volti. Oh, questi volti. I bambini sono facili da amare, come quei ritratti che solleticano la nostra nostalgia per anni lontani, che ci ostiniamo a ritenere più semplici dei nostri. Gli autoritratti non fanno altro che rendere Maier ancora più misteriosa, ci mostrano tutto, senza rivelarci alcunché. ma torno a pensare alla signora nervosa col suo cappellino velato, che si guarda dietro le spalle coperte dalla stola di visone. Chi sei? Che vuoi da me? In quella foto sento la presenza di Maier più intensamente che in altre in cui vediamo il suo viso o la sua silhouette. Nel vedere qualcuno che la vede, sento la sua presenza.» (Laura Lippmann, in Vivian Maier. Una fotografa ritrovata – Contrasto)

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©Vivian Maier

Come si vede dal ritratto in qualche modo arbusiano (ma lei apprezzava Lisette Model, maestra di Diane Arbus) Vivian Maier non era certo intimidita dal cogliere di sorpresa i suoi soggetti. Il volume su Vivian Maier si distingue – a corredo delle oltre 240 immagini scattate tra New York e Chicago, che illustrano il talento per la composizione e l’istinto visivo della ‘tata fotografa’ – per il ricco testo introduttivo di Marvin Heiferman che racconta dettagli e tratti sconosciuti della vita e personalità di Vivian.

Un testo che la rende solo un po’ meno misteriosa, mostrandone la passione per la fotografia che si traduceva anche seguendo le mostre nelle due città forse più  ricche di stimoli in quel periodo, oltre che negli scatti frequenti, compulsavi – non così di denuncia  come la fotografia documentaria dei decenni precedenti, ma certo singolarmente acuti e curiosi – della ‘sua’ street photography.

E poi, come già notato nel blog, ci sono gli autoritratti. Segni di una testimonianza che doveva gratificarla nell’atto stesso di compierli – così come le foto dovevano soddisfarla nella fase creativa colto nel ‘pozzetto’ della Rolleiflex più che nella stampa, visto che molti rullini sono rimasti integri. La fotografia  era un gesto, una prassi mentale in grado di metterla in relazione con il mondo, con una dimensione sociale altrimenti piuttosto scarna.

Tutti i colori di Vivian Maier

Che ci faccio con questa roba (a parte darvela)? E pensare che John Maloof scrisse questa domanda dopo essersi ritrovato per puro caso proprietario dell’archivio di Vivian Maier, e postando alcuni scatti su Flickr in una chat sulla street photography. A distanza di anni, con decine di mostre a lei dedicate in tutto il mondo,  le sue fotografie continuano a emozionare e a suscitare riflessioni. 

Vivian Maier – Contrasto/Museo di Roma Intrastevere

La prima osservazione è quanto fosse attento e curioso il suo occhio, rigorosa nelle geometrie la composizione dell’immagine,  eppure spesso fresca e inventiva nel cogliere dettagli ed espressioni di una peraltro ‘fotogenica’ Chicago anni Cinquanta e Sessanta.

Vivian Maier – Contrasto/Museo di Roma 

Colpisce la forza ‘arbusiana’ di certi ritratti. Per esempio quello con «la signora nervosa col suo cappellino velato, che si guarda dietro le spalle coperte dalla stola di visone. Chi sei? Che vuoi da me? In quella foto sento la presenza di Maier più intensamente che in altre in cui vediamo il suo viso o la sua silhouette. Nel vedere qualcuno che la vede, sento la sua presenza», scrive Laura Lippmann nel catalogo

Vivian Maier – Contrasto/Museo di Roma 

E’ invece stata una scoperta, visitando il passaggio romano della mostra itinerante Vivian Maier. Una fotografa ritrovata, vedere gli scatti a colori degli anni Settanta.  Qui vince il dettaglio, il taglio della figura umana è consentito se a prevalere è un calzino rosso, i tre passanti sono in realtà tre variazioni di giallo. Il colore diventa protagonista, lo stile premonitore di futuri fotografi.

Ancora una volta l’eroina popolare della fotografia, questa  Mary Poppins con la macchina fotografica – figura elusiva e irresistibile che tanto sarebbe piaciuta al Bartleby di Melville – colpisce per la capacità di racconto di una realtà in cui era immersa solo all’apparenza.

«”Penso alla macchina fotografica – commenta Maren Baylaender , dove Maier ha lavorato nei tardi anni Novanta, [e a come per lei] fosse un’amica. Con quell’amica lei lei ha sviluppato un modo di guardare le persone e, forse, di non dover pensare a se stessa”. La fotografia permetteva a Vivian di far entrare “la gente nella sua vita, senza che ci fosse niente di personale” ». (Vivian Maier. Una fotografa ritrovata, Contrasto, pag. 20).

Vivian Maier – Color photography

Vivian Maier – Self-portraits color