Blue Jasmine a pezzi

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Blue Jasmine riporta Woody Allen alla sua ispirazione bergmaniana. Due foto a confronto – Cate Blanchett e Liv Ulmann in Persona – mostrano una simile sofferenza  interrogativa. Come in Persona, il tema è il racconto di un’identità a pezzi,  che ricorda quell’Harry protagonista di un altro film di Woody. Ma qui Jasmine non è ripresa fuori fuoco per far capire la crisi, basta la bravura della Blachett – sprofondata da ricca wasp a nullatenente – per  raccontare la sua sfasatura. Con il crollo del suo matrimonio non ha più alibi per non guardarsi dentro. In mancanza di altro si limita a continuare a mentire, se non più a se stessa, almeno agli altri, almeno al nuovo boyfriend, giusto per irretirlo meglio. Il monologo delirante  finale è un finale aperto. Sull’abisso della coscienza, tra frammenti di ricordi, Xanax, Martini, totale spaesamento. Sulla fatica di esser-ci dopo aver inanellato tanti comodi e chic ‘come se’. Dove l’Altro – esilarante incipit – è solo un pretesto per far tracimare il proprio ego, ora ferito e prima esaltato. Allen torna a raccontare  il lato d’ombra – in sintonia con la sua natura malinconica – come in Match point e Crimini e misfatti. E Cate Blanchett mostra la disperata impotenza della ‘persona’, ma senza maschere.

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Intervista a Marco Rossari

 

 Intervista a Marco Rossari (di Cristina Bolzani)

1) Come è nata l’idea di un libro che raccoglie con humour testi più o meno brevi sulla  letteratura e  l’editoria?

Non è nata per niente. Non era un’idea. Piano piano, nel corso del tempo, ho scritto delle cose che ho pubblicato qui e là oppure messo da parte. Se ne stavano lì ad aspettare, finché un racconto in particolare non ha dato una svirgolata e ho dovuto accettare – me sventurato – che c’era un libro, un filo rosso che legava tutto e che riguardava la scrittura e la lettura. A quel punto ho cominciato a scrivere cose apposta per il libro e nel giro di qualche mese avevo terminato. Non saprei trovare un momento in cui ho scritto questo libro, è come se fosse nato per conto proprio. Ho cercato disperatamente di non pubblicarlo (mi era riuscito benissimo con quello precedente), invece un editore me l’ha hackerato ed eccoci qua.
 
2)  Il libro ricorda nel tono  certe parodie scritte di Woody Allen. Si riconosce in questo accostamento? E comunque c’è qualche vis comica che l’ha influenzata?
 
Le ricorda eccome, anche se Allen ha più di un debito con me. Alcuni scrittori comici? Vediamo: Heller, Vonnegut, Gadda, Sedaris, Tom Sharpe. E Franz Kafka.
 
3)  Nella sua ricca galleria di scrittori si incontrano varie idiosincrasie più o meno  paralizzanti. Quanto c’è di lei nei vari personaggi?
 
Un amico mi ha scritto “Ti farai molti nemici”, ma in realtà sono tutti proiezioni di me. Deformate, esagerate, ma pur sempre ricalcati sulle mie manie. Capito, amici scrittori? Non siete voi. Ehi, scherzavo, dai.
 
4) Nella fotografia entrano anche i traduttori. Anche lei lo è. Anche per lei come per Girolamo tradurre è trascinare parole da una lingua all’altra come un mulo?
 
Credo molto nell’artigianato della traduzione e poco nell’accademia, almeno finché non mi daranno una cattedra.
 
5) Quanto  l’aiuta a scrivere il conoscere meccanismi narrativi altrui? 
 
Pochissimo. Ognuno fa l’amore come gli pare e come gli viene: con la scrittura è lo stesso.
 
6) E quali sono i  suoi scrittori,  vivi e morti, preferiti ?
 
Tutti quanti. Nessuno escluso. Vi voglio bene, ragazzi. Ora scusate, devo scrivere.
 
7)  Grandi scrittori del passato messi nel presente – che siano intervistati alla radio o accusati di plagio o contestati paradossalmente – , come Tolstoj, Joyce, Shakespeare, Dante, rendono ridicolo il mondo editoriale di oggi . Che cosa di questa realtà la fa ridere (molte cose, si direbbe) e che cosa invece le piace?
 
Il mondo editoriale è quello che è. Non so, ci sono cose esilaranti e altre meschine, poi anche delle cose belle, come in ogni altro lavoro. Forse si presuppone erroneamente che, maneggiando una parola vacua come Cultura, l’editoria debba essere più nobile, dimenticando una lezione importante: è in sala operatoria che si parla del più e del meno. Consoliamoci: un refuso o un bestseller di pessima qualità sono pur sempre meglio di un paio di forbici dimenticate nella pancia di un poveretto.
 
8) A questo punto la domanda è d’obbligo: lei perché scrive?
 
Per farmi dare del tu dalle lettere.

L’unico scrittore buono è quello morto 

Invano veritas

Intervista a Marco Rossari – Il Sole 24 ore

Marco Rossari

Ritratto di Hemingway da giovane

Escono le lettere di Ernest Hemingway. Dopo un decennio spulciando tra la sua corrispondenza, Sandra Spanier manda in libreria con la sua cura critica il primo di una serie di almeno 16 volumi che raccolgono la corrispondenza dello scrittore grafomane (scriveva ovunque e anche in piedi).

Questa prima raccolta, riferita al periodo 1907-1922, mostra un giovane Hemingway diverso, più complesso, più dolce rispetto al macho che conosciamo dalle sue opere. Il figlio Patrick Hemingway sostiene che le lettere potrebbero sfatare  il mito dello scrittore come figura tormentata e contorta, un’immagine popolare del padre che non è veritiera. “Mio padre – dice – non era una figura tragica. Ha avuto la sfortuna di avere disturbi mentali in età avanzata. Fino a quel momento era una persona piuttosto allegra e divertente”.

Le lettere sono vivaci, hanno un’ortografia eccentrica, sono piene di scarabocchi e insolite. Raccontano tutta l’infanzia di Hemingway a Oak Park, Illinois, le sue avventure come autista di ambulanze sul fronte italiano nella Prima Guerra mondiale , la straziante storia d’amore con un’infermiera della Croce Rossa di nome Agnes von Kurowsky (storia che finirà trasfigurata in Addio alle armi), il suo matrimonio  con Hadley Richardson. 

Lettere destinate alla madre, alle amanti, agli antagonisti, mostrano un lato diverso di Hemingway, fatto su misura per loro e senza ipocrisie sociali. Non sono solo un omaggio tenero a questo Hemingway sconosciuto, non solo rivelano il suo mondo interiore durante il processo creativo, ma dimostrano una sorta di perduta arte epistolare.

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Nel 2011 si è ricordato il cinquantesimo anniversario della sua morte – suicida il 2 luglio del 1961 con uno colpo alla tempia.  Quest’anno si parlerà molto di questo Hemingway Letters Project: saranno pubblicate seimila lettere, quasi tutte inedite.

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Come non ricordare la parodia che ha fatto Woody Allen in Midnight in Paris di Hemingway da giovane? Nella conversazione con il protagonista, l’attore parla con paratassi e ripetizioni, imitando lo stile di Hemingway, il tono sentenzioso (famose le sue massime tipo scrivere cose semplici in modo semplice) e affrontando niente meno che Amore e Morte. Hemingway in questo è stato molto influenzato dallo stile di Gertrude Stein, per quanto usasse le ripetizioni già due anni prima di lei; la Stein poi le teorizzò come stile.

A proposito di lettere, è famosa quella che manda alla Stein insieme a un suo racconto. Le scrive: Non succede nulla e la campagna è stupenda, ho inventato tutto… Ma come è difficile scrivere, vero? Era facile prima che ti conoscessi. Certo non valevo niente, diamine, non valgo niente neanche adesso ma non valgo niente in un altro modo.